LA STORIA DI FRANCAVILLA

LUIGI  VICECONTE

  

 NOTIZIE STORICHE DI FRANCAVILLA

DALLE ORIGINI ALL’IMMEDIATO PERIODO POST-UNITARIO

 

Ho il compito di trattare naturalmente per sommi capi, il tema della storia di Francavilla dalle origini fino all’immediato periodo successivo all’unificazione d’Italia.

I. IL CASTELLO DI RUBIO

 

Il territorio in cui é sorto il Monastero di San Nicola prima e Francavilla dopo, in verità, non era, come lo volevano i Certosini, un deserto, privo cioè di abitanti.

Sicuramente in località Sant’Elania, dove ancora si può osservare il rudere di una chiesetta basiliana che, si vede, faceva parte di un corpo di fabbrica molto più grande, dimoravano i vassalli del Monastero di S. Angelo al Raparo, a cui il feudo apparteneva.

C’era  “lo paise  di Sant’Angelo“( come si legge nelle     notazioni   a    margine    della pergamena del 13 gennaio 1439 ).

Il terminepaise“, deriva dal tardo latino “pagensis“,che a sua volta deriva da “pagus” = villaggio!

In primo luogo, c’era il castello ed il borgo di Rubio, abbarbicati alla vetta più  alta dell’erto monte Catarozzo.

È legittimo ritenere, quindi, che la Universitas di Francavilla, di cui dirò in appresso, non fu popolata soltanto da persone venute da fuori, bensì, in gran parte, fu popolata da gente del posto.

Secondo tradizione orale “castrum Rubii“, risalirebbe ad epoca romana ( nelle vicinanze sono state ritrovate delle monete dell’antica Roma); sarebbe stato distrutto dai Saraceni nel secolo X e poi riedificato dal signore di Chiaromonte.

Per la ricostruzione di una organica storia non abbiamo gran che in termini di documenti.

Abbiamo, però, tante notizie, sparse in documenti di indubbio valore storico, che non consentono di mettere in discussione che sia esistito.

Feudo nobile, apparteneva ad un barone.

In vetta al Monte Catarozzo ci sono i resti di una fabbrica che, per il tipo di malta adoperato,  senza titubanza, si possono fanno risalire ad epoca medievale, se non precedente.

Il posto era strategico.

Il castello dominava le valli ed  i passi a 360 gradi.

Oltre che imprendibile baluardo, era l’ideale per gli avvistamenti.

Secondo la stessa tradizione orale, i Conti Chiaromonte considerarono il castello di Rubio, per le predette prerogative, strategico al sistema difensivo della contea.

Chiaromonte e Rubio hanno in comune anche il nome della vetta su cui sono abbarbicati : Chiaromonte sulla vetta Catarozzolo; Rubio sulla vetta Catarozzo.

Catarozzolo e Catarozzo hanno lo stesso etimo ( dal greco katàrropos = inclinato, erto )

Le notizie documentali  su Rubio:

1. Dal Monasticon Italiae,III, Puglia e Basilicata a cura di LUNARDI-H. HOUEN-G. SPINELLI,  si apprende che in concomitanza della seconda colonizzazione bizantina, nel secolo XI, sorsero vari monasteri italo-greci, tra i quali il monastero di San Nicola di Benega nel territorio di Rubio, in località Sicileo.

Se ne possono ammirare i resti imponenti.

2. Nel 1216 Onorio III ha confermato al monastero di Santa Maria del Sagittario la chiesa Sancti Petri de Rubeo.

3. Carlo I d’Angiò il 31 agosto 1268 restituì a Riccardo di Chiaromonte i beni confiscati al padre Ugo da Federico II in seguito alla congiura di Capaccio, tra i quali il feudo di Rubio.

4. Federico   II,   nell’ottica della legislazione di Capua del 1220, avendo   deciso   di tenere in  gestione  diretta  il  castello  di  Rocca  Imperiale,  stabilì che, per  il quinquennio  1240-1245   e  per ogni  futura  necessità, il castello venisse riparato con i contributi di tutte le terre dallo stesso dipendenti , tra le quali Rubio.

Nel 1276 l’Università di Rocca Imperiale elesse i collettori per la raccolta del denaro da versare per la manutenzione di quel castello e nel 1278 gli   abitanti di Rubio furono chiamati a versare la loro quota.

5. Nel  1280  venne  imposto agli abitanti di Rubio di versare un tributo straordinario per l’ampliamento del castello di Melfi.

6. Abbiamo notizia, inoltre, che nel 1300 era barone del castello di Rubio un certo Angelo.

Questi si sarebbe rifiutato di restituire le ingenti somme che aveva ottenuto in prestito dal Monastero del Sagittario.

Il beato Giovanni da Caramola ne predisse la morte ed avvertì l’abate Ruggiero di procedere al recupero del credito perché Angelo sarebbe morto entro breve.

Dopo la morte di Angelo, il castello passò ad un tale Riccardo, barone anche di Episcopia, con tutti i diritti, gli uomini, i vassalli e le Giurisdizioni.

7. Nella vita del beato Giovanni si legge anche che Rubio era tassato per 2 once e 15 tarì, per un totale di 13 fuochi.

8. La notizia è confermata nel cedolario angioino del 1320 ove risulta che Rubio è tassato per 3   once,   3   tarì   e  10  grani, per  un  totale  di  13    fuochi.

9. Il 15 marzo nella conferma delle donazioni, si dice che il conte di Chiaromonte dona ai Certosini anche un borgo con castello ormai diroccato ed abbandonato  “ casale unum cum turri iam dirutum et destructum in loco qui dicitur Rubius“.

10. Nel 1426 Ruggero Sanseverino concede al Monastero di San Nicola di poter insediare vassalli anche nel territorio di Rubio.

11. Ne “Il registro n. 2903 della Cancelleria Neapolis ( R.Moscati in ” Studi in onore di Riccardo Filangeri “, Napoli,1959 ) si legge che Alfonso D’Aragona l’otto febbraio 1444 intervenne per il recupero da parte del camerario Ramondello di Gesualdo della tassa dei fuochi dovuta dal castro Rubeii di Basilicata.

È una conferma che all’epoca della costruzione del monastero, ma anche della nascita dell’Università di Francavilla    (13 gennaio 1439)  Rubio era ancora abitato.

12. In un documento del XVI secolo si legge che il castello è ormai pertinenza della contea di Chiaromonte “……Castrum Rubei pertinentiarum comitatus Clarimontis ……“.

13. Il Racioppi nella ” Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” sostiene che un paese detto Rubi o Rubio esisteva, con una parrocchia, fino al 1526, in diocesi di Anglona  presso il bosco Sicileo ed il fiume Sinni, e cessò di esistere, forse per frane, nel secolo XVI.

Nel foculario aragonese del 1447 Rubio non compare più; anzi, mancano ben  cinquantaquattro delle terre che erano state    tassate   nel   cedolario angioino del 1320.

La scomparsa di queste terre è stata attribuita alla malaria, alle carestie, ai ripetuti saccheggi di bande armate e soprattutto a disastrosi terremoti, ricorrenti nell’Italia meridionale.

Si hanno notizie certe di terremoti, che hanno colpito il regno di Napoli e, quindi, anche la Lucania, a cominciare da quelli del 5 dicembre 1456 e del 31 luglio 1561.

Personalmente, ritengo che la scomparsa definitiva di Rubio, sia da attribuire alla migrazione nella Università di Francavilla.

Sicuramente, la possibilità data dai monaci certosini, a seguito della concessione delle terre di Santa Elania, di colonizzare terreni migliori per la coltivazione dei cereali, deve avere indotto i Rubiani ad abbandonare quei luoghi poco ospitali e ad emigrare a Francavilla.

Nei dati del foculario aragonese del 1447 si riscontra una coincidenza utile a questa tesi: mentre Rubio, che nel precedente cedolario angioino del 1320 era stato tassato per 13 fuochi, non appare più, Francavilla vi appare per la prima volta con 31 fuochi ( Corrispondenti a 31 famiglie .

Francavilla,  che nel 1439 era composta dai 10 vassalli, in otto anni incrementa  la sua popolazione di circa 83 unità, pari a nove volte la popolazione di origine [ 31 (fuochi) x 3 (media di persone a fuoco) =  93 ]

I conti tornano

È, in effetti, ciò che sostiene A. Giganti quando dice che ” Rubio è uno dei pochi esempi, se non l’unico della regione Basilicata, ripopolato grazie all’avvento dei monaci certosini alla fine del secolo XIV, anche se localizzato in un territorio differente da quello delle sue origini”( Francavilla Nella Media Valle del Sinni, Origini di un microcosmo rurale del secolo XV ).

Non è azzardato ritenere che anche il dialetto di Francavilla, per le sue caratteristiche e peculiarità, per i tanti etimi risalenti al greco-bizantino, al latino ed all’arabo, per i tanti termini unici, non ritrovabili nei dialetti dei comuni viciniori, non possa essere una lingua nuova o una lingua sorta dalla fusione dei dialetti dei vassalli provenienti da località diverse, bensì sia la parlata dei Rubiani, naturalmente con la naturale evoluzione indotta da altri  sette secoli di storia.

Comunque, la decadenza del castello di Rubio é cominciata dal secolo XIII fino a scomparire, riducendosi a feudo rustico,  cioè  senza comunità di uomini giuridicamente costituiti in Università.

L’inizio della decadenza coincide la già accennata legislazione di Capua del 1220, che previde il rafforzamento delle strutture castellari regie e la confisca e l’abbattimento delle opere di difesa estranee alla corona.

Sarebbe opportuno ed interessante investire in una ricerca archeologica e storica su Rubio perché Francavilla ha messo le proprie radici nella sua storia e nella sua civiltà e ne ha preso il testimonio.

 

LA CERTOSA DI SAN NICOLA IN VALLE E FRANCAVILLA

Il conte di Chiaromonte, Venceslao Sanseverino, volle dare attuazione ad un vecchio progetto di costruire nel contado un convento per i Certosini ed il 19 aprile 1391 donò al vicario dei Certosini per l’Italia i beni per costruire un monastero in località San Filippo, nel territorio di Senise.

Il luogo non fu ritenuto idoneo dai Certosini, i quali temporeggiarono nel formalizzare l’accettazione della donazione.

La  concessione  fu stipulata definitivamente soltanto il 16 gennaio 1395.

Con questa fu completamente stravolta la donazione del 1391; Venceslao accolse tutte le riserve sollevate dai Certosini e donò loro il feudo di Santa Elania.

I lavori tardarono ad iniziare perché il feudo era già in godimento del monastero di S. Angelo al Raparo e si è resa necessaria una previa permuta di terreni.

Non si poteva costruire in quel territorio il monastero di un altro ordine.

La prima pietra fu posta solennemente nel 1396 con l’intervento di Vito, vescovo di Tricarico, e di Ruggiero, vescovo di Anglona.

Il conte Venceslao, impedito da affari di Stato, non potè intervenire; appena gli fu possibile, un anno dopo, si recò a vedere la Certosa con il figlio Ruggiero e, contento dell’opera, fece solenne ratificazione dell’operato alla presenza di tanti illustri personaggi.

I lavori, però, furono portati a termine dopo circa quattro anni.

L’8 settembre 1426 Ruggero Sanseverino, figlio di Venceslao e conte di Chiaromonte finalmente concesse ai Certosini di edificare casamenti e di riunire vassalli nei territori del Rubio, di Santa Elania e negli altri territori del monastero, liberi da ogni angarìa e perangarìa .

Dispose inoltre che nessuno potesse avere giurisdizione su detti vassalli al di fuori del suddetto monastero.

Il 13 gennaio 1439 i Certosini scelsero 10 vassalli, accuratamente selezionati, ai quali concessero i Capitoli.

Con la scelta dei dieci vassalli, secondo le prescrizioni di re Roberto D’Angiò, il 13 gennaio 1439 Francavilla ( compare per la prima volta questo nome) acquista dignità giuridica di Università distinta da quella di Chiaromonte.

Nel 1447 Francavilla compare per la prima volta nel foculario aragonese.

L’Università nacque giuridicamente come ” villa franca “.

Nonostante che le disposizioni di Carlo II D’Angiò obbligassero i vassalli a prestare servizi personali ed a risiedere nelle terre degli ecclesiastici, i vassalli di Francavilla ebbero fin dal primo momento ampia libertà di muoversi e l’esenzione da angarìe e perangarìe.

Le  angarìe  erano i servizi personali da rendere al feudatario con fornitura del solo vitto; le perangarìe erano i servizi personali nei confronti del feudatario senza compenso alcuno.

I Certosini eliminarono tutti i balzelli che  gli  altri monasteri ancora imponevano ai loro vassalli.

Mantennero  in  vita soltanto la decima ed il quarterium .

La  decima  consisteva  nella devoluzione al monastero della decima parte e gravava sul grano, orzo,fave, ceci ed altri legumi, sul vino, olio , miele,   cera,  gelsi,  seta,  bambagia, lino,   zafferano,   sul    bestiame, sul formaggio e sul legname venduto ai forestieri.

Il quarterium consisteva nella devoluzione della quarta parte della cacciagione, nei soli territori del convento.

Le esenzioni dalla  prestazione   di   servizi   personali,  la libertà  di muoversi, il regime impositivo     particolarmente favorevole,   la  libertà di uso della   acque  e   dei   pascoli, l’esenzione    dal   pagamento dei  dazi,  l’abbondanza  delle terre  da  coltivare diedero un diffuso benessere materiale e spirituale   che   portò  ad  un celere incremento demografico.

La   crescita celere ha un riscontro, anche se molto approssimativo, nella tassazione focatica:

Dai 31 fochi della tassazione  del  1447, Francavilla passa ai 120 fuochi della tassazione del 1520.

L’abbondanza delle terre diede luogo ad una ragguardevole produzione cerealicola che fece sorgere la necessità di avere dei mulini idraulici e, quindi, l’uso delle acque dei fiumi e dei torrenti che attraversavano o lambivano il territorio della Certosa.

I Certosini chiesero, pertanto, al Duca Venceslao, ed ottennero, il diritto di edificare mulini nonché il diritto all’uso delle acque predette.

Ciò non mancò di far sorgere controversie con il Monastero del Sagittario.

Il benessere ed un acquistato senso di appartenza fecero sì che si giungesse in breve tempo alla costruzione di una chiesa sullo sperone, detto Fungalone [ dal greco φύγη (phýghe)= fuga, rifugio + κολωνός (kolonòs) = colle, altura oppure da φόνος (phònos) = strage, eccidio + κολωνός (kolonòs) = colle, altura ],   sull’altipiano   distante circa due chilometri dal monastero.

Intorno  alla chiesa  sorse  il primo nucleo   abitato,  fatto   di  case  in muratura,   che   con    il  continuo incremento   demografico  raggiunse  in  pochi  anni  notevoli  dimensioni.

Il documento dell’8 settembre 1426, con il quale Ruggero Sanseverino concesse ai Certosini di edificare casamenti e di riunire vassalli nei territori del Rubio, di Santa Elania e negli altri territori del monastero, risulta disperso ma se ne ha notizia in quello del 20 maggio del 1433, con il quale la regina Giovanna II  ha ratificato la concessione al Monastero di San Nicola in Valle del territorio dell’Armo dello Appiso ecc., ove si legge che “il monastero può riunire vassalli e collocarli nel casale di Rubio, già appartenente al suddetto monastero….”.  

È da notare che con questo documento non si autorizza la costituzione di una nuova Universitas; si autorizza di collocare  vassalli nel casale di Rubio, già appartenente al monastero.

L’insediamento dell’abitato di Francavilla sullo sperone detto Fungalone, quindi, è nato abusivo .

Così Francavilla può vantare il primato di aver precorso di cinque secoli il fenomeno dell’abusivismo edilizio diffuso.

L’incremento demografico, che fino ad un certo punto aveva portato il benessere diffuso degli inizi della Certosa, andando col tempo oltre una certa misura lentamente ha portato ad una grave condizione di recessione.

Con l’indebolimento dei Sanseverino, protettori della Certosa, i monaci Cistercensi del Sagittario,  le università limitrofe ed alcuni feudatari presero ad insidiare i beni della Certosa.

Le leggi eversive della feudalità, infine, dispersero il patrimonio fondiario e causarono la dissoluzione del complesso monastico.

Il governo francese, con legge del 13 febbraio 1807, soppresse in tutto il regno gli Ordini religiosi delle regole di San Bernardo e San Benedetto con tutti i loro rami, tra i quali anche i Certosini.

I beni immobili furono incamerati dal Demanio e poi venduti a privati.

Si racconta che i monaci si rifiutarono di abbandonare il convento e che i Francesi lo bombardarono distruggendolo.

La storia della Certosa di San Nicola in Valle, quindi, si conclude tra il 1808 ed il 1812.

III. LA REPUBBLICA PARTENOPEA E LA DOMINAZIONE FRANCESE

La Repubblica Partenopea del 1799 fu una parentesi molto breve.

A seguito di un editto del Governo provvisorio, nelle piazze di ogni città e paese della Repubblica si issò un albero sormontato dal berretto frigio ( l’albero della libertà ) e si istituirono le “Municipalità”, nominate da un collegio di elettori.

La Repubblica Partenopea, nonostante la breve durata, lasciò un segno indelebile.

Dopo la sua caduta ci fu un interregno borbonico, definito negli atti “stato d’anarchia“.

Seguì la dominazione francese, che durò dal 1806 al 1815.

I Francesi crearono un nuovo ordine di cose ed i presupposti di una società moderna.

In breve tempo, innovarono tutto: le circoscrizioni territoriali, le Amministrazioni delle Province e dei Comuni, la scuola, l’organizzazione degli uffici giudiziari, gli  ordini sociali, i costumi, le leggi; promulgarono il codice civile, il codice penale ed i codici delle relative procedure.

Con il nuovo ordine crearono i presupposti della società moderna, che con il consolidarsi non mancò di migliorare le condizioni dei paesi e delle popolazioni.

Con la legge 2 agosto 1806, la dominazione francese attuò la riforma più radicale, abolendo la feudalità.

I feudatari furono spogliati di ogni potere e privilegio, mantenendo i soli titoli nobiliari.

Tutte le città, le terre ed i castelli passarono alle dirette dipendenze della Corona.

Cessarono le angarìe e perangarìe ed ogni altra opera o prestazione personale.

Ci fu, di conseguenza, la reintegra e la vendita ai cittadini delle terre demaniali.

Con la legge 8 agosto 1806 il Regno fu diviso in Province, ogni Provincia in Distretti ed ogni Distretto in Circondari.

A capo della Provincia fu posto un Intendente; a capo del Distretto un Sotto-Intendente.

L’amministrazione dei Comuni fu affidata ai Decurionati.

Con il R.D. 15 agosto 1806 tutti i Comuni furono obbligati “a mantenere un maestro per insegnare i primi rudimenti e la dottrina cristiana ai fanciulli ed una maestra per fare apprendere con le necessarie arti domestiche il leggere e scrivere e la numerica alle fanciulle”.

Furono istituiti il  Tribunale Provinciale, insediato nella Capitale della Provincia, ed il Giudice di pace, insediato in  ogni Circondario, per amministrare la giustizia civile e criminale nei limiti della rispettiva competenza.

Con la legge 4 maggio 1811 il Circondario di Chiaromonte comprese i comuni di Senise, Teana, Fardella, San Severino e Francavilla.

Altra importante riforma fu la compilazione del Catasto Generale delle Terre e dei Fabbricati, in sostituzione dell’Onciario risalente a Carlo III.

In ogni Comune fu istituito l’Uffizio dello Stato civile con i registri di nascita, di matrimonio e di morte.

Prima, tali eventi venivano registrati dai Parroci.

Il matrimonio fu ritenuto un atto civile puro e semplice e, pertanto, poteva sciogliersi con il divorzio.

Nel 1809 è stata istituita la registrazione dei contratti.

Lo Stato assunse come servizio pubblico, con uffici ed impiegati, la corrispondenza postale, prima svolta con corrieri privati.

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4.IL PRIMO BRIGANTAGGIO ( 1799-1812 )

I disordini politici, i rapidi mutamenti di regime e la recessione economica conseguente a questi, portarono le classi meno abbienti alla disperazione e determinarono  il primo brigantaggio.

Il fenomeno afflisse tutta l’Italia meridionale ed in modo particolare la nostra Regione.

Le bande di Scarola, Pippullo, Taccone, Carminantonio e Giuseppe Antonio CALONE ( detto Ciccandrella ) di Francavilla Sul Sinni saccheggiavano paesi e masserie, sequestravano persone per chiedere il riscatto e assalivano persino convogli e presidi militari.

Il CALONE nel 1806 aveva partecipato ai moti antifrancesi; braccato dalle forze regolari, si era dato al brigantaggio.

In virtù di una grossa taglia in ducati, messa sulla sua testa dal generale Manhès, fu ucciso dai suoi stessi compagni l’1 agosto del 1809.

La sua testa, infilzata sulla punta di un palo, fu portata per le vie del paese.(ASP.,Proc. Pol., 24/24).

Il fenomeno fu eliminato definitivamente nel 1812 da Manhès, generale di Gioacchino Murat.

5.FRANCAVILLA NEGLI ULTIMI ANNI DELLA DOMINAZIONE BORBONICA

 

I Borboni rientrarono in Napoli il 23 maggio 1815.

In virtù della Costituzione, si ripristinò anche l’autonomia municipale e le elezioni degli Amministratori furono devolute direttamente al popolo.

Trascorso il breve periodo, detto per la breve durata del  “novilunio”, la Costituzione, benchè solennemente giurata dal Re, fu subito abrogata e si tornò al governo assoluto ed alle persecuzioni.

Furono abrogate tutte le leggi emanate in quel breve periodo e con il R. Decreto del 3 aprile 1821 fu annullato tutto ciò che dal 5 luglio 1820 era stato fatto.

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6.FRANCAVILLA NEL RISORGIMENTO

Francavilla partecipò, e molti aderirono, al movimento liberale.

Si distinsero artefici ed oppositori al movimento liberale.

 Francavilla ebbe 28 caduti nella  3ª guerra d’indipendenza (1866).

L’Unità d’Italia non portò subito maggiore benessere; anzi ci fu un inasprimento feroce della pressione fiscale.

Arrivò la concorrenza dell’industria del Nord che portò alla scomparsa di quelle piccole attività artigianali che fino ad allora avevano consentito alla gente almeno di sopravvivere.

In questa situazione, nel 1860 esplose di nuovo il funesto fenomeno del brigantaggio.

Il Ciccotti ravvisa le cause del brigantaggio , oltre che nella situazione economica e sociale, anche nella incomprensione del potere centrale di fronte ai problemi che tormentano il Mezzogiorno, dove, non solo non si è fatto nulla per queste popolazioni, ma si è instaurato un regime fiscale che immiserisce le già misere popolazioni.

Si sono mantenuti nei loro posti gli stessi funzionari e magistrati borbonici      che       intralciano quell’opera  di giustizia  sociale   alla   quale   aspiravano   coloro che    avevano     concorso   alla caduta   dei Borboni ed all’unità d’Italia.

Una prima banda di briganti fu costituita nel 1860 dal barbiere Luigi Pisani, il quale era nato a Francavilla Sul Sinni il 26 settembre 1824 da Gaetano e da Maria Teresa Sanucci.

La banda del Pisani fu sgominata già nel settembre del 1861 dalla Guardia Nazionale di Senise.

Di ben diversa consistenza ed importanza fu la banda di Giuseppe Antonio Franco di Francavilla, che dal 1861 al 1865 funestò i due versanti del Pollino nei comprensori di Lagonegro e di Castrovillari     con   saccheggi,   razzie, rappresaglie ed efferati omicidi.

La particolare configurazione topografica ed i boschi estesi e fitti favorirono i briganti, offrendo loro rifugi non scovabili ed inaccessibili ed un   ambiente   adatto   ed  ideale  per le azioni  di guerriglia e per le imboscate .

Giuseppe Antonio Franco ( Ndònjë ‘i Frànghë ), personaggio sicuramente negativo, ha però il merito di aver consentito con la sua vicenda, documentata negli atti processuali a suo carico, di conoscere gli avvenimenti della Francavilla di quel periodo.

Le sanzioni comminate dalla legge Pica, l’arresto della maggior parte dei manutengoli ed il venir meno della protezione dei parenti, ai quali è stato ordinato di abbandonare la campagna e di ritirarsi in paese, fanno capire ad Antonio Franco che il cerchio intorno a lui si stringe sempre di più e lo inducono a valutare l’eventualità dell’espatrio.

Viene, quindi, attirato a Lagonegro con la promessa che le autorità ne avrebbero favorito l’espatrio clandestino per l’America.

Viene ospitato nella casa del Capitano della Guardia Nazionale, Venanzio Zambrotti, che fa il doppio gioco.

Infatti, nella notte del 27 novembre 1865, dopo un lauto banchetto ed abbondanti libagioni, mentre i briganti dormono, Zambrotti con la famiglia furtivamente vanno via; subito dopo i soldati ed i carabinieri, al comando dal tenente Prati, irrompono nella casa ed i briganti, sorpresi nel sonno, dopo un tentativo di resistenza sono costretti ad arrendersi.

Con Antonio Franco ci sono Serafina Ciminelli, l’amante del capobanda, il di lei fratello Fiore, Di Napoli, Di Benedetto e Di Pace.

Franco ed i suoi compagni vengono trasferiti nel carcere di Potenza.

Il processo viene istruito e celebrato con celerità.

I reati accertati sono 164.

La   banda   viene   difesa   dall’Avvocato Favatà.

Il 29 dicembre 1865, la Gran Corte Militare di Potenza condanna Franco Giuseppe Antonio, Di Napoli Carlo, Di Pace Domenico, Di Benedetto Vincenzo e Cocchiaro Francesco Saverio alla pena di morte mediante fucilazione, Fiore Ciminelli, perché minore degli anni ventuno, alla pena dei   lavori forzati a vita, alla perdita dei diritti civili e all’interdizione patrimoniale e Serafina Ciminelli alla pena di anni 15 di lavori forzati.

Il 30 dicembre i cinque briganti condannati a morte furono fucilati sul colle di Montereale.

Franco non muore subito e viene finito con  il colpo di grazia.

Nonostante i misfatti, i francavillesi hanno sempre ricordato e ricordano Antonio Franco con simpatia ed una certa ammirazione.

La storia non si fa con i se, ma se fosse andata diversamente, forse Antonio Franco sarebbe ricordato e commemorato come eroe.

Serafina Ciminelli resta nel carcere di Potenza, ove muore all’età di 21 anni il 12 dicembre 1866   di   setticemia   per   una infezione al perineo causata da un ascesso.  

Concludo con un accenno soltanto al

MOVIMENTO MIGRATORIO VERSO LE AMERICHE

Nell’immediato periodo postunitario, a parte i pochi benestanti, la maggior parte dei cittadini, in particolare i braccianti ed i contadini senza terre, non portava scarpe, neanche d’inverno, si vestiva di stracci, pativa la fame più nera e viveva in squallidi tuguri fatti di un solo locale senza camino, che i più fortunati dividevano con l’asino, il maiale, qualche gallina e qualche coniglio.

Con la Restaurazione aveva subito un regresso anche la politica scolastica .

L’analfabetismo era quasi totale.

La legge Casati del 1859, che prevedeva l’istruzione obbligatoria, non era stata resa operante nel Meridione, sia perché l’obbligatorietà era limitata ai Comuni con più di 3.000 abitanti sia perchè accollava gli oneri ai Comuni  ” in proporzione alle loro facoltà e secondo i bisogni degli abitanti “.

Le condizioni igieniche erano pessime; mancavano l’acquedotto e la fognatura; le strade, anche del centro abitato, non erano selciate.

Gli escrementi venivano buttati in mezzo alle strade; i maschi andavano a fare i bisogni corporali col buio nei posti un po’ più isolati dei vari vicinati.

L’acqua per bere si andava a prendere alle fontane sorgive che abbondavano intorno al paese: La “fundǽna grannë” e le due “Fundanèllë“,  sicuramente inquinate perché a monte c’erano gli   orti  concimati  con  il  letame ed i cessi all’aria aperta.

Le epidemie di tifo erano ricorrenti e seminavano vittime.

Facevano la loro parte anche la difterite, il vaiolo, il carbonchio, il morbillo, la scarlattina, le infezioni puerperali e le influenze.

La mortalità infantile era altissima anche per la presenza di acquitrini malarici lungo il fiume Sinni e lungo i torrenti.

L’energia elettrica arriverà soltanto nel 1925.

Il ponte sul Sinni e la strada rotabile per San Severino Lucano-Viggianello e Rotonda saranno realizzati soltanto negli anni 30.

Tutte queste condizioni sfavorevoli furono all’origine di un altro grave fenomeno: l’enorme movimento migratorio verso le Americhe.

Francavilla dal 1897 al 1902 ha avuto n. 480 cittadini emigrati; n. 209 solo nell’ultimo biennio.

A livello nazionale, il fenomeno assunse dimensioni così grandi che si instaurò un dibattito circa l’utilità o la dannosità dell’emigrazione.

I sostenitori dell’utilità ritenevano che avrebbe allontanato dall’Italia una massa di disperati e, quindi, di gente pericolosa per l’ordine pubblico.

Gli altri, invece, temevano che avrebbe causato lo sfascio della società contadina e lo spopolamento della nazione, tanto da ipotizzarne il divieto.

Francesco Saverio Nitti vedeva nell’emigrazione una risposta dei contadini diseredati alle condizioni di generale e diffusa precarietà; riteneva l’emigrazione un bisogno sociale, soprattutto per le province dell’Italia meridionale, e che vietarla avrebbe significato compiere un vero e proprio crimine di Stato.

Scrisse Nitti che in alcune province del Mezzogiorno ” è una legge triste e fatale : o emigranti o briganti.”

Mi fermo anche perché da qui gli orizzonti si allargano e la piccola storia di Francavilla confluisce nell’alveo della storia nazionale.

E’ utile, ai fini della conoscenza delle condizioni di vita dei nostri paesi in quell’epoca, riportare integralmente alcuni passi della “Statistica sulle domande fatte per la sussistenza e conservazione delle popolazioni del circondario di Chiaromonte nel distretto di Lagonegro in febbraio 1812″(1), redatta dal medico di Senise Pasquale DELLA RATTA, su incarico del Ministro dell’Interno, regnante Gioacchino MURAT:

“………  Questo Circondario di Chiaromonte già vien composto da sei Popolazioni, che sono Chiaromonte, Fardella, Teana, Francavilla, Sanseverino, e Senise. Le località delle prime cinque Popolazioni sono tralle montagne, e godono perciò tutte il benefizio della bontà dell’aria, e delle acque potabili.

…………… Il cibo ordinario di tutte le popolazioni di questo Circondario è misto di erbivoro, e di carnivoro; ma l’erbivoro è più usuale, specialmente presso i contadini e gli indiggenti: poicché in questi territori abbondano gli ortaggi, le legumi, gli alberi fruttiferi, ed anche molte pianti agresti, di quali prodotti si servono questi abbitanti secondo le varie stagioni, e ne ottengono la loro sussistenza.

É da notarsi però che tra i prodotti orrendi la generalità di questi abitanti abusano di peparoli tanto per condire, e rendere più stimolanti le loro minestre, quanto perché se ne mangiano assolutamente col pane, crudi, arrostiti, o fritti, secondo possono condirseli.

L’eccesso di tale prodotto, che partecipa di un caustico stimolante, pul produrre delle cardialgie, o altre simili affezioni nello stomaco; cagiona nel tubo intestinale delle diarree, o dissenterie; aumenta l’affazione emorroidale; e vizia notabilmente la massa degli umori.

Sia perciò incarico de loro medici a persuaderli per l’uso discreto, e moderatissimo. Il pane che si usa presso la generalità de’ Possidenti, è di farina di frumento, senza verun vizio, ben cotto, e fermentato.

I contadini poi, e la classe meschina, nella deficienza del frumento, specialmente nel corrente anno di penuria, suppliscono colla farina del frumentone e della germana: nella mancanza di questi generi procurano sostenersi la vita coll’uso delle legumi; e nelle montagne suppliscono anche coll’uso delle castagne, e dei lupini, oltre le minestre erbacee, e l’uso della frutta solita a seccarsi.  

La coltura delle patate sarebbe adattissima quasi in tutti i territori di questo Circondario, e principalmente in Senise: ma da pochissimi si conoscono i sommi vantaggi di tale prodotto;

……………Il grano che da l’un per l’altro presso a poco si puol consumare da ciascuno individuo nello spazio di un anno, puol essere nella quantità di tomola quattro per coloro, che vivono in famiglia, ed hanno il commodo di qualche minestra di legume, di polenta, o di altri prodotti erbacei.

Il prezzo attuale del pane in piazza è di grana sei a rotolo. Della carne ne fanno discretamente uso i più comodi proprietarii, e qualche Artista; mentre i contadini l’assaggiano nel Carnevale, se possono ingrassarsi qualche porco, e nelle occasioni di faticare con i Proprietarii in tempo della mietitura, o di altre simili circostanze. Le carni usuali in questo circondario, e che sogliono appaltarsi nel pubblico macello, sono quelle degli agnelli, di castrati, delle pecore, della capre, de’ caproni castrati, e dei porci; adattandosene l’uso in proporzione de’ varii mesi dell’anno, e formano un giovevole nutrimento per questi Abitanti.

Della carne vaccina se ne usa quando questi animali si dirupano, sono feriti o si rendono inservibili alla fatica dei terreni, o agli allievi, per cui ogni possidente se gli preserva. E quando muoiono naturalmente tanto questi animali, quanto li pecorini, caprini, e porcini; se le loro carni non sono stanche, o infette, ed hanno il grascia, si mangiano dalla classe meschina, che puole cucinarsele; e non sogliono produrle del male, perché ne usano di raro, e per lo più nella stagione di inverno, che favorisce la buona digestione. La carni dei pollami si nelle malattie, e da coloro di maggiore possidenza.

Si preparano carni bollite, in arrosto, ragù, o in altre simili maniere; si condiscono con del sale, e grascia di porco; e si mangiano o assoluti, o col do loro brodo ci apparecchiano le minestre verdi, le paste bianche, il riso, le zuppe.

Della carne, e grascia  dei porci se ne fanno a tempo proprio, vari preparativi per conservarsi all’uso annuale, e si adoperano il sale in buona dose per preservarli dalla corruzione. I vasi de’ quali si servono per la cucina o sono di rame stagnati nel di dentro, o sono di creta pur anche impetinati nel di dentro.

I prezzi con i quali si vendono le carni, sono diversi, secondo la lor varia qualità.

La carni degli agnelli, e dei castrati tanto pecorini, che caprini, sogliono essere di di un carlino e grana dodici il rotolo.

Le carni di pecore e di capre sogliono vendersi a grana sette-otto il rotolo.

Quelle di porco a grana tredici il rotolo. La carni vaccine colle ossa sogliono vendersi a grana sette il rotolo; la polpa suol vendersi ad un carlino, od undici grana il rotolo.

Le carni pecorine o caprine che muoiono naturalmente, o per mali, soglionsi dai privati vendere, non già nel pubblico macello, a grana cinque o sei il rotolo.

………………Per rapporto ai vini, essi sono abbondanti in questo nostro circondario, e tutti gli accorti e periti Possidenti si danno la premura di migliorarne la buona qualità a norma delle tecniche zimotecniche.

Ciò non ostante nella generalità se ne sente il guasto con frequenza ed in considerevole quantità; e si degenerano o al molle ed al grassume, detto “molito”; o all’apro acetoso.

Le cause principali di tali guasti o dipendono da vizio delle botti, e delle cantine, o dalla poco attenzione nella scelta delle uve, o da poco avvertenza nel curarne le varie circostanze della fermentazione vinosa; ed a queste puole ripararsi cogli opportuni preservativi, e regolamenti della zimotecnia.

…………………Il ceto culto de’ possidenti procura sempre l’uso del miglior vino; ma i succidi avari, e la classe meschina sogliono beerlo come si presenta. Non vi è dubbio che il vino viziato anzicché rinvigorire le forze, le debilita: ne seguono perciò le affezioni morbose dello stomaco, ed in tutto il sistema viscerale; e come dal buon  vino ne segue il buon sangue, così dal vin guasto ne siegue l’opposto.

L’uso del vino dev’essere moderato, poiché l’eccesso nuoce più del difetto, tanto per rapporto della sanità, quanto per rapporto al buon costume:  mentre l’Uomo che si priva della retta ragione coll’abuso del vino, si rende a portata di qualunque scostumatezza.

Si verifica tale disordine principalmente negli uomini di piazza che frequentano il giuoco del vino nelle cantini: al che la sola autorità del Governo potrebbe ripararci.

Il consumo del vino discretamente  potrebbe l’un per l’altro calcolarsi a caraffe due al giorno per ciascun individuo adulto, che ascenderebbe a some nove per tutto l’anno.

Vero è che i faticatori di campagna, e gli Artisti quando faticano a spesa de’ Proprietari non consumano meno di caraffe tre di vino al giorno per ciascheduno: ma tanto l’un per l’altro possono calcolarsi le caraffe due al giorno.

Il prezzo con cui suol vendersi il vino tral più , e l’ meno puole calcolarsi  a grana tre la caraffa.

  L’olio di olivi, che generalmente si usa in questo circondario per la nittitazione, e per i lumi , suol essere di buona qualità, e non si crede nocivo per alcun rapporto.

Il di lui prezzo in più, e meno suol essere di grana 15 il rotolo: provvedendosi molti anche dell’olio di lentisco per uso dei lumi, e dà un lume più vivo, di maggiore durata, e grato pel suo odore.

  I Latticini saliti sono il cacio, che si prepara col latte delle pecore, e delle capre; ed i caciocavalli che si preparano col latte delle vacche. Vi sono ancora delle ricotte salite per conservarsi, e le fersche che si mangiano non salite.

Essi latticini sono di buona qualità tanto per la bontà dell’erbaggio, quanto perché non si depaupera il latte del grascio butirroso, come da molti suole praticarsi.

La classe de’ contadini, e dei miserabili rarissime volte ne usa; come discretamente sogliono usarne i pochi Possidenti, e coloro che possono qualche volta comprarsene.

Il prezzo col quale suol vendersi il cacio è dalle grana quindici a venti, e dalle venti sino a trenta. Il caciocavallo suol vendersi dalli carlini tre a grana trentacinque, e sino a carlini quattro il rotolo. Le ricotte salite, o fresche si vendono secondo i varj tempi, ed al prezzo più mercato del cacio, e de’ caciocavalli.

  Le legumi solite ad usarsi nella nittitazione di questi paesi, sono le fave, le cicerchie, i ceci, le lenticchie, i piselli, ed i fagioli; provvedendosene ogni famiglia a proporzione de’ propri comodi, specialmente quando devono supplire alla deficienza del grano.

…………………Il ceto culto , e dei possidenti si metton a mensa due volte al giorno; cioè a mezzogiorno per pranzo, e la sera per cenare.

I contadini poi, e gli artisti, che faticano a giornata intiera a spesa de’ proprietari si mettono a mangiare quando tre, e quando quattro volte al giorno, oltre le bevute del vino intermedie tra l’una, e l’altra mangiata.

L’orario di coloro che mangiano tre volte al giorno si è del mattino dopo due o tre ore di fatiga; la seconda volta circa tra le venti, e la terza nella sera, terminato il lavoro del giorno.

Nelle fatiche di maggior trapazzo mangiano due volte tra il mattino, e mezzogiorno; ed altre due volte a vespro, e nella sera; recando ai Proprietari un dispendio significante, poicché mangiano, e bevono a loro soddisfazione, e senz’assegnamento.

Il prezzo del mangiare di un operaio a spese del Proprietario è di circa carlini tre al giorno; oltre al pagamento della sua fatica, che, secondo le varie opere suol essere di un carlino, e di carlini due e di grana venticinque al giorno.

Un operaio, che ha moglie, e tre figli, volendosi calcolare la più economica, e necessaria spesa per la loro nittitazione giornale, vorrebbe carlini cinque al giorno: ma questo lucro non puole averlo; devono dunque per necessità vivere nell’astenia, e tirare il loro alimento come gli riesce possibile dalla campagna, e dai fondi de’ proprietari nello stato di loro buona salute; nello stato poi  di infermità la di loro condizione è vieppiù deplorabile.           

………………Per rapporto alla foggia di vestire nel basso Popolo, possiam francamente asserire, che in esclusione de’ pochi Possidenti, la generalità malamente veste, e pessimamente calza; anzi vi è la classe de’ cenciosi, e quasi nudi di non picciolo numero.

Da tale deficienza del vestire, oltre che i mali fisici che ne seguono, ne avviene ancora la loro inabilitazione a potersi commerciare qualche alimento, giacché si arrossiscono di così comparire nel commercio cogli altri, e menano perciò una vita la più tapina, e disperata; in qualche stato la dura necessità ne induce molti a rubare, o a commettere altri disordini.

Le materie vestiarie più usuali tra noi sono i panni di lana, e le tele di lino, o di bombace, che quasi tutti sanno lavorare per vestirsi ognuno in proporzione del proprio commodo; e da  tale proporzione nasce la nettezza o sordidezza del vestire di chiunque; essendo pochissimi i succidi avari.

…………………Riguardo al calzare deve sapersi, che rispettivamente alla propria condizione, ed al solito degli anni precedenti siamo preventivamente quasi tutti inabilitati a calzare in questo Circondario: mentre i pochi negozianti, che ci vendono i coiami preparati a tal indispensabile bisogna, si sono tra loro complottati talmente che vendono a noi la sola provinciale, che si apparecchia nella Conciaria di Lauria, o di Mormanno non meno di carlini quattordici il rotolo; la vacchetta non meno di carlini sedici il rotolo; i montoni, e le caprine conciate non gli vendono meno di carlini dodici il rotolo: ma quel ch’è peggio vi è, che tali generi gli vendono umidi a segno che un rotolo dopo averlo comprato, ed esposto all’aria, ripesandosi dopo un ora, non pesa più di due terzi: vale a dire si vendono l’acqua, non già i coiami a sì caro, ed insolito prezzo.

 ………………In rapporto alle abitazioni del basso popolo, quasi tutti procurano abitare in case fabbricate, custodite dal freddo, dall’umido, nette da quelle cause che potrebbero infettarle, e con quella decenza ch’ è proporzionata al commodo rispettivo.

In esse case generalmente si costumano i focolari con i cammini, che sporgono il fumo sopra il tetto, e ci bruggiano legni, o virgulti seccati.

Il combustibile per le lumiere si è l’olio di olive, o quello del lentisco. Il primo suol vendersi tra più e meno a grana quindeci, e carlini due il rotolo; e il secondo suol vendersi a grana dieci, e dodici.

………………Nelle nostre Chiese vi sono i Sepolcri, ed i cimiterj per seppellire i cadeveri Umani; e poicché in esse generalmente suol esserci poco ventilazione; così si respira quasi sempre un aria nociva, ed impura, specialmente quando per la frequenza de’ cadaveri si aprono spesso i sepolcri, o quando le lapidi che li chiudono non sono ben connesse, e fabricate.

   Vi sono delle strade non lastricate, che neppure hanno libero lo scolo delle acque; ed a ciò anche si accoppia spesse volte la negligenza di di non pochi Abbitanti, li quali ci buttano le immondezze delle loro case: si si rendono vieppiù immonde, e fangose, per cui se ne tramanda un aria nociva, ed infetta.

Sonovi benanche non pochi scostumati, i quali soglion buttare nelle strade i cani, ed i gatti che gli muoiono; e morendogli anche i cavalli, o altri animali da soma sogliono buttargli vicino le mura dell’abitato, e restargli così insepolti.       

  Tra l’està, e l’autunno molti mettono a curare il lino nel fiume prossimo all’abitato; quandocché sanno tutti per esperienza i morbi micidiali , che cagionano l’esalazione di quelle acque infettissime a tutti coloro che ne respirano.

………………Sull’oggetto degl’impiegati della guarigione possiamo dire, che in quelle Comuni, dove vi sono i medici Appaltati, non manca ad alcun infermo la dovuta assistenza, e sogliono sempre prescegliersi i più abili Professori.

Non così accade dove non sono i Medici dal pubblico appaltati;

………………Sarebbe perciò necessario prescriversi dall’Autorità del Governo, che in ogni comune immancabilmente si devenesse all’appalto de’ Medici e dei Cerusici li più abili, sì perché fossero tutti ben medicati;

………………Le nostre Ostetrici sono ignoranti, e possono solamente occorrere nei parti naturalmente buoni e felici. Ma quando ci è straordinaria difficoltà, o disordine nel parto, deve ricorresi dal più esperto Chirurgo;

……………Abbiamo nel nostro circondario varj speziali di medicina abili e ben provveduti de’ medicamenti semplici, e composti nelle loro spezierie: essendoci ancora de’ buoni Salassatori pratici, ancorché ignoranti della Natomia, e Chirurgia.

………………La generalità vive nelle miserie, e nelle mestizie; a qual effetto si nodrisce di ciò che puol avere, si affatica fuor dell’usato; non veste, e non calza come le sarebbe necessario; ci si espone per la dura necessità a tutte quelle cause che sono nocive alla buona conservazione dè loro individui.

……………I morbi venerei non sono molto frequenti nelle Comuni del nostro Circondario. È da sapersi però che per lo più coloro i quali cadono in tali mali ricorrono piuttosto alla perniciosa medela dei Segretisti, e di alcuni speziali di medicina; ricorrendo solamente ai buoni Medici, o Cerusici nelli casi di gravezza, e quando disperano curarsene per altra via.

…………Nell’infima classe vi sono non pochi talmente poveri, che nelle loro infermità quasi nudi di vestimenti, senza commodo di letto, senza verun aiuto di alimenti, e molto più privi del necessario ajuto delli medicamenti, formano lo stato più compassionevole della misera umanità; non essendo in questo nostro Circondario verun stabilimento per alimentare i poveri infermi, e per soccorrerli coll’aiuto de’ Medici, e delle medicine per la di loro guarigione; lo stesso vale anche per gli Orfani.

I Bastardi projetti nelle rispettive Comuni del nostro Circondario sono comodamente alimentati, e guidati dalle loro balie, la quali stanno sotto l’oculatezza de’ rispettivi Parrochi, e dei deputati di pubblica beneficenza, nell’intelligenza de’ quali se gli somministra il mensuale assegnamento dalla paterna cura del provvido nostro Governo. …………   

 

(1)[Ritrovata, commentata e pubblicata dal Dr Biagio COSTANZO di Episcopia – Antonio Capuano Editrice, Francavilla In Sinni, 2004]

 Sul finire del 1859, negli ultimi anni della dominazione borbonica, l’Intendente della provincia, uniformandosi alle direttive impartite da Napoli, promosse un’inchiesta sulla Basilicata.

I dati raccolti denotano una situazione spaventosa.

Per quanto riguarda il nostro paese nell’inchiesta è scritto:

“……………A Francavilla sul Sinni si sollecita ” un ponte sul torrente San Nicola .

……… vi è un monastero dei PP. Certosini sotto il titolo di S. Nicolò detto la Certosa di Chiaromonte edificato fin dal 1395 da Vincislao Sanseverino Duca di Venosa e Conte di Tricarico e Chiaromonte, possedendo un ben vasto territorio della circonferenza di 15 miglia, i Religiosi ascendono al numero di 40 e tenono di rendita da circa docati diecimila col possedere ancora due Feudi detti di Francavilla e Castronuovo oltre di molte Grancie in diversi luoghi……………

…………La Terra di Francavilla distante dalla sopradetta(Terranova) miglia otto vine posseduta dal Venerabile Monastero di S. Nicola La Certosa utile barone avendovi la rendita tra il feudale e burgensatico, portalia ed altro da docati settecento in circa , oltre di docati 1000 che esige per decima sopra l’istessa Terra.Viene abitata da 1200 persone tutte applicate alla cultura del Territorio. L’Università tiene di rendita da docati 900 che ricava dal Catasto e paga alla Regia Corte per le imposizioni ordinarie e sraordinarie da docati 650. Vi è la Chiesa Madre che possiede pochi censi e grano essendovi pur anche due Cappelle con pochissima entrata col peso di messe.”

……………Nelle zone della Basilicata, dove scarseggia il legname da costruzione, questo viene importato dai paesi esportatori della regione. …….Francavilla……sono i paesi che esportano legname da costruzione solitamente già ridotto in tavole…………Secondo le zone e la stagionatura, il castagno si vende da 5 a 18 carlini la canna; il noce, destinato alle manifatture di mobili decenti e discreti, da 15 a 50 carlini la canna; la quercia ed il cerro da 8 a 9 carlini la canna. Allo stesso prezzo del noce si vende anche il ciliegio…………

………………a Francavilla(per la tessitura di una canna di panno occorre) un rotolo ed 8 di lana , ossia poco più di Kg. 1,100 :

…………Quello (il panno) di Francavilla di colore nero, destinato all’abbigliamento degli uomini…vendesi a carlini 10 per per canna, il rosso, di cui fanno uso le donne, a carlini 12…………  

……………A Francavilla sul Sinni esiste una sola gualcheria che batte solo manifatture nell’inverno e nella altre stagioni si fa ricorsoa quelle de’ paesi vicini.………………a Francavilla si producono soltanto 25 libbre di seta l’anno.

  

 La questione della denominazione ufficiale del Comune

( Pubblicata il 29.09.2011 sul sito aclabottegadelleidee.it )

Caro Presidente,

non sarò io a tarpare le ali al tuo entusiasmo, declinando l’invito a partecipare al primo forum che si tiene  sul sito dell’Associazione.

Per me è anche l’occasione buona per tirare fuori dal cassetto una ricerca sull’argomento oggetto della discussione , che ho condotto tanti anni fa, nel 1977, quando ho avuto il primo incontro ravvicinato con quella famigerata“in” frapposta tra “ Francavilla” e  “ Sinni.”

Mi incuriosì e, ricercando, ho avuto modo di visionare il Regio decreto n° 1218 del 26 marzo 1863 dal quale ho appreso che  la denominazione ufficiale di questo Comune è “Francavilla in Sinni”.

Lo stesso documento spiega anche come tale denominazione sia venuta fuori.

Nei primi anni successivi all’unificazione d’Italia si è costatato che c’erano ben otto Comuni denominati Francavilla.

Per evitare confusioni,  è stato imposto  di aggiungere al nome di ciascuno di questi Comuni un ulteriore termine di specificazione.

Questo Comune con deliberazione del Consiglio comunale del 12 novembre del  1862 ha adottato la denominazione     di “Francavilla in Sinni”.                          

Tale denominazione  é stata, poi,  resa ufficiale con il citato Regio Decreto.

Stando così le cose,  piaccia o non piaccia,   fino a quando non la si modifichi,  siamo tenuti ad usare la denominazione “ Francavilla in Sinni”.

Quindi, finora ha sbagliato chi ha preso ad usare la denominazione” Francavilla Sul Sinni” !

Errare humanum est, perseverare diabolicum !

C’è ancora chi, nonostante tutto,  persevera.                                                                                                               La stessa deliberazione con la quale questo Consiglio comunale, tra l’altro, ha costatato che la denominazione ufficiale del Comune è “Francavilla in Sinni”, reca l’intestazione “ COMUNE DI FRANCAVILLA SUL SINNI “

È  sconcertante !

In tempi più recenti, l’argomento é stato anche oggetto di interrogazione parlamentare da parte dell’On.  Lettieri,  a cui ha fatto seguito la risposta prot. n. 24 del 5.06.2003 con la quale la Deputazione di Storia Patria per la Lucania,  l’ha informato della deliberazione di questo Consiglio comunale del 12 novembre 1862 e del Regio decreto n. 1218 del 26 marzo 1863, del contenuto dei quali ho detto sopra.

Il 12 agosto del 2003, sulla scorta della predetta nota della Deputazione, il Consiglio comunale con atto n° 37,  dopo aver appurato che la denominazione ufficiale del Comune è “Francavilla in Sinni”,  ha deliberato di  modificarla  in Comune di “Francavilla Sul Sinni” e di attivare per lo scopo l’iter legislativo della Regione.

La procedura per modificare la denominazione dei comuni  è indicata nelle linee generali dall’art. 133 della Costituzione, il quale recita : “ La Regione, sentite le popolazioni interessate, può con sue leggi istituire nel proprio territorio nuovi Comuni e modificare le loro circoscrizioni o  denominazioni”.

È consolidata giurisprudenza della Corte Costituzionale che il citato art. 133, secondo comma, ove prescrive di sentire  le popolazioni interessate, comporta, per le Regioni a statuto ordinario, l’obbligo di procedere a tale fine mediante Referendum.   (Corte Costituzionale, sentenze : 7  del 2004;  N° 204 del 1981;  n° 107 del 1983; n° 279 del 1994; n° 237 del 2004.)  Lo Statuto comunale non c’entra.

I referendum di cui all’art. 8 del D. Lgs n. 267/2000, la disciplina dei quali è demandata allo Statuto, sono istituti ben diversi dal referendum di cui all’art. 133 della Costituzione, ed ineriscono “ a materie di esclusiva competenza locale”.

Nei dettagli, la procedura è disciplinata dalla Legge Regionale  n. 40/1980, la quale agli artt. 1 e  2 prevede che per farsi promotore di un progetto di legge regionale occorre depositare presso la Presidenza del Consiglio Regionale la proposta, sottoscritta da almeno 2.000 elettori, contenente il testo del progetto di legge redatto in articoli ed accompagnata da una relazione che ne illustri il contenuto e le finalità.

L’Amministrazione comunale non ha provveduto a questi adempimenti ed il procedimento si è fermato.

Comunque, a ben riflettere, neppure l’uso della preposizione “sul” sarebbe corretto.

La preposizione “su”, o “sul”, nel caso di specie, sia che serva a formare un complemento di stato in luogo con il significato di  “sopra”, sia che indichi “immediata vicinanza, adiacenza”, non è coerente con lo stato dei luoghi.

Il centro abitato, infatti,  non è situato  sopra il fiume né è adiacente o nelle immediate vicinanze del medesimo; ne dista più di due chilometri.

Le preposizioni “in” e  “sul” stanno, quindi, nella stessa barca ! (  mi si perdoni la facezia).

E se il Consiglio  comunale dell’epoca intendeva dire “ Francavilla in valle Sinni” e per ragioni di brevità ha sottinteso la parola “valle” ?

A questo punto mi chiedo se valga la pena di riprendere il procedimento, sicuramente lungo e difficoltoso.

Si tenga conto anche, che le procedure di tutti gli uffici sono informatizzate ed hanno in memoria la denominazione “ Francavilla in Sinni”.

La modifica della denominazione, nelle more di adeguamento ad essa delle procedure informatizzate, comporterebbe gravi e duraturi disagi ai cittadini.

Si  fermerebbero, almeno nei rapporti con i cittadini di Francavilla,  Uffici postali, Banche, Ospedali, Agenzie delle entrate etc.

E allora, teniamocela questa benedetta preposizione semplice “in” , interposta tra “Francavilla” e “Sinni”!

In fondo è parte della nostra storia.

In nome della nostra piccola storia magnifichiamo i briganti, sicuramente figure negative, e vogliamo non essere clementi con una “semplice” preposizione che, pur se non usata correttamente secondo la grammatica Italiana, non ha mai fatto del male ad alcuno?

Facciamo i deboli con i forti ed i forti con i deboli ?

Ritengo, infine, che non si possa valutare con il metro della grammatica italiana di oggi la correttezza o meno dell’uso di questa famigerata  “in”, che risale ad un’epoca in cui questa grammatica non era corrente.

Se la leggessimo con questa visione, saremmo costretti a sottolineare con la matita blu anche la Divina Commedia, dalla prima all’ultima pagina.

Forse, nel 1862 nella provincia di Basilicata del Regno di Napoli neppure c’èra una grammatica della lingua che parlava la gente comune,  che sicuramente non era la lingua del Manzoni.

E se una regola non c’è, o non la conosciamo, come facciamo a rilevarne l’inosservanza!

Che nelle varie Province degli Stati pre unitari non si parlasse alla stessa maniera, ne sono conferma il dato storico che l’Italia del 1862 era ancora l’Italia dei tanti dialetti, uno per Comune, nonché il fatto che nei primi anni di Stato unitario sono state pubblicate ben 700  grammatiche.

Infine, per quanto riguarda specificatamente noi, in alcuni documenti dell’Archivio di Stato di Potenza  ( Fondo Prefet. 1860-72, fasc. 164), si legge  che le prime grammatiche adottate nelle scuole elementari della provincia di Basilicata sono le due compilate da Giovanni Scavia, stampate a Torino,  presso la Tipografia Scolastica di Sebastiano Franco e Figli,soltanto,rispettivamente, nel 1863( un anno dopo dell’ufficializzazione del nome “Francavilla in Sinni” )  e nel  1865.

La lingua “ufficiale” di Stato era l’italiano in tutti i regni italiani, tranne che nel Piemonte (dove lo era il francese), in realtà, però,  nella Penisola non esisteva una lingua comune parlata e gli italiani italofoni nel 1861 erano solo una sparuta minoranza, il 2.5% secondo T. De Mauro e, di questi, i toscani erano la massima parte; tutti si esprimevano nel proprio dialetto.

Concludo con queste  provocazioni, sicuramente non esaustive, le quali, nulla lo impedisce, possono divenire oggetto di un’autonoma discussione.

Con stima ed affetto

Luigi Viceconte

 

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